Nel dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale prevalgono spesso due posizioni opposte. Da un lato l’entusiasmo per strumenti capaci di accelerare processi, aumentare la produttività e moltiplicare le possibilità progettuali. Dall’altro il timore che la crescente automazione finisca per impoverire la creatività, omologare i linguaggi e ridurre il ruolo dell’essere umano. Il lavoro di Filippo Nassetti si colloca in uno spazio diverso. Designer e artista italiano basato a Londra, lavora da oltre quindici anni sul confine tra design computazionale, sistemi biologici e fabbricazione digitale. Dopo gli studi in architettura, la fondazione di MHOX insieme ad Alessandro Zomparelli e l’esperienza in Zaha Hadid Design, ha sviluppato una ricerca che utilizza algoritmi, simulazioni e tecnologie emergenti per osservare la natura da nuove prospettive.
Nei suoi progetti la tecnologia è uno strumento per interrogare sistemi complessi, costruire relazioni inattese tra discipline e immaginare forme che sfuggono alle categorie tradizionali. Da anni lavora infatti sul concetto di ‘postnatural’, un territorio ambiguo in cui naturale e artificiale iniziano a contaminarsi reciprocamente. Per capire come nasce questa visione, siamo partiti dalle origini della sua ricerca fino al modo in cui oggi immagina il rapporto tra esseri umani, macchine e materia.

Nel tuo lavoro la tecnologia non appare mai come un fine, ma come un modo per osservare e reinterpretare i sistemi naturali. Quando hai capito che computazione e biologia potevano dialogare davvero?
Credo che alla base ci sia prima di tutto un interesse personale. Fin da bambino sono sempre stato attratto dalle forme che si trovano in natura. Ricordo che durante le passeggiate in montagna tornavo a casa con lo zaino pieno di sassi raccolti lungo il percorso. Mio padre era medico e passavo molto tempo a sfogliare libri di anatomia o immagini al microscopio di tessuti. C’era una curiosità spontanea verso questi mondi. Più tardi ho studiato architettura e, verso la fine del percorso universitario, sono entrato in contatto con una comunità internazionale di ricercatori che lavorava sulla convergenza tra design computazionale e sistemi naturali. È stato allora che ho capito le potenzialità di questo dialogo e che la tecnologia può diventare un mezzo per comprendere davvero la complessità della natura.
Nel progetto Postnatural Eyewear la tecnologia sembra generare forme che non imitano la natura, ma quasi una nuova natura artificiale. Che cosa significa per te ‘postnatural’?
Il termine ‘postnatural’ nasce dall’esigenza di superare una dicotomia che considero sempre meno utile: quella tra naturale e artificiale. Nella nostra cultura questi due concetti vengono spesso presentati come opposti. Da una parte ciò che appartiene alla natura, dall’altra ciò che viene prodotto dall’uomo e dalla tecnologia. Il mio interesse è sempre stato invece quello di lavorare in una zona intermedia, in cui queste categorie iniziano a sfumare. Gli occhiali di Postnatural Eyewear sono costruiti attorno a questa ambiguità. Non imitano organismi biologici, né cercano di sembrare prodotti industriali perfetti. Mi interessa che chi li osserva possa avere un dubbio: sto guardando un oggetto disegnato o una formazione geologica? Un prodotto o una struttura organica? È in questa incertezza che il progetto trova il proprio significato.

Nei tuoi progetti la materia sembra spesso comportarsi come un organismo vivente, più che come un materiale statico. Ti interessa costruire una relazione meno gerarchica tra esseri umani, macchine e materia?
Molto dell’interesse dei miei progetti è estetico, nel senso dello sviluppo di linguaggi visivi e di un discorso artistico. Ma chiaramente questo risuona con una corrente di pensiero più ampia che punta a riformulare i rapporti tra esseri umani ed esseri non umani, tra naturale e artificiale, tra diverse forme di intelligenza: quella umana, quella biologica, quella artificiale. E in tutto questo il ruolo che la materia occupa è centrale. In questo senso sì, il mio lavoro risuona con temi etici e anche politici: cercare un bilanciamento diverso con i sistemi naturali, rapporti meno gerarchici, più orizzontali.
L’AI sta modificando il nostro modo di progettare e la nostra sensibilità estetica. Cosa rischiamo di perdere se il progetto segue soltanto logiche efficientistiche?
Rischiamo di perdere il tempo necessario per sviluppare un’idea. Il processo creativo non funziona come la retorica della produttività vorrebbe farci credere: le idee hanno bisogno di sedimentare, di variazioni, di errori, di riflessione, di tempo. Paradossalmente trovo che le prime generazioni di AI generativa fossero più interessanti proprio da questo punto di vista. Producevano immagini imperfette, incoerenti, ambigue, e quegli errori aprivano possibilità inattese. Oggi invece la direzione dominante è quella della coerenza, della prevedibilità. Si guadagna in efficienza, ma si perde qualcosa di più sottile: la capacità di generare qualcosa che ancora non esiste. I sistemi attuali tendono a rinforzare estetiche già esistenti, a riprodurre stili riconoscibili, a evocare immaginari familiari. Diventano scorciatoie per il già visto. E non è solo un problema dell’AI: è una tendenza culturale più ampia che privilegia la nostalgia rispetto alla sperimentazione. Lo vediamo nella musica, nella moda, nel design, nelle continue riedizioni. L’AI amplifica questa dinamica perché riprodurre il noto è semplice. Costruire qualcosa di nuovo, molto meno.

Oggi si parla molto di sostenibilità come performance tecnica o riduzione dell’impatto. Nel tuo lavoro sembra esserci anche una dimensione culturale della sostenibilità. Come la definiresti?
Credo che la sostenibilità venga spesso ridotta a una questione di metriche, efficienza o ottimizzazione delle risorse. Sono aspetti fondamentali, ma non sufficienti. Per me esiste anche una dimensione culturale e immaginativa della sostenibilità. Significa interrogarsi sui modelli che guidano la produzione degli oggetti, sul nostro rapporto con la materia e sulle narrazioni che costruiamo attorno alla tecnologia. Se continuiamo a immaginare il futuro secondo gli stessi paradigmi che hanno contribuito a generare le crisi attuali, rischiamo di ottenere risultati tecnicamente migliori ma culturalmente identici. La sostenibilità riguarda anche la capacità di immaginare modi diversi di abitare il mondo.
Tra entusiasmo tecnologico e paure legate all’AI, dove pensi si trovi oggi uno spazio realmente costruttivo per il design?
Lo vedo soprattutto nei territori di confine. Trovo molto interessanti gli spazi in cui discipline diverse iniziano a contaminarsi: design e ricerca scientifica, architettura e moda, arte e tecnologia. È spesso in questi punti di contatto che emergono le domande più interessanti.
Un esempio è Breathing Architecture, il progetto che ho sviluppato nel 2024 durante la residenza al Barcelona Supercomputing Center. La ricerca è nata dalla collaborazione con scienziati che studiano il sistema respiratorio umano. Attraverso strumenti computazionali abbiamo analizzato le microstrutture degli alveoli polmonari – gli spazi in cui avviene lo scambio dei gas nel corpo – e trasformato quei dati scientifici in una serie di sculture stampate in 3D. Gli stessi dataset usati dai ricercatori per studiare la distribuzione di farmaci e patogeni nei polmoni sono diventati forma, materia, oggetto. Per me è questo il futuro più interessante: la collaborazione tra competenze che normalmente non si parlano, tra discipline differenti e, in alcuni casi, anche tra esseri umani e macchine per ampliare ciò che siamo in grado di immaginare.
Filippo Nassetti, Untitled, 2022: concept design creato utilizzando diffusion models, modelli generativi utilizzati principalmente per la generazione di immagini e altri compiti di computer vision
Filippo Nassetti, Untitled, 2022: concept design creato utilizzando diffusion models, modelli generativi utilizzati principalmente per la generazione di immagini e altri compiti di computer vision
Filippo Nassetti, Untitled, 2022: concept design creato utilizzando diffusion models, modelli generativi utilizzati principalmente per la generazione di immagini e altri compiti di computer vision
Filippo Nassetti, Breathing Architecture: il progetto è stato realizzato con i ricercatori del Barcelona Supercomputing Center. L’artefatto nell’immagine materializza flussi d’aria che avvengono a scala microscopica nella respirazione umana, modellati con una simulazione computazionale.
Collagene, una collezione di maschere fibrose progettate utilizzando un software sviluppato dallo studio MHOX (Filippo Nassetti, Alessandro Zomparelli). Il materiale per la stampa 3D è un composito a base di poliammide nera rinforzato con fibra di vetro
Filippo Nassetti, Eroded Head, 2021. Il progetto nasce da uno studio ispirato alla ricchezza visiva e alle qualità poetiche delle formazioni rocciose.
Filippo Nassetti, Postnatural Eyewear, 2023: manufatti generati tramite intelligenza artificiale e progettazione computazionale che sembrano allo stesso tempo coltivati e cresciuti, ingegnerizzati e minerali, anatomici e geologici
Filippo Nassetti, Postnatural Eyewear, 2023: manufatti generati tramite intelligenza artificiale e progettazione computazionale che sembrano allo stesso tempo coltivati e cresciuti, ingegnerizzati e minerali, anatomici e geologici
Filippo Nassetti, Postnatural Eyewear, 2023: manufatti generati tramite intelligenza artificiale e progettazione computazionale che sembrano allo stesso tempo coltivati e cresciuti, ingegnerizzati e minerali, anatomici e geologici
Filippo Nassetti, Postnatural Eyewear, 2023: manufatti generati tramite intelligenza artificiale e progettazione computazionale che sembrano allo stesso tempo coltivati e cresciuti, ingegnerizzati e minerali, anatomici e geologici
Ritratto di Filippo Nassetti, artista e designer che lavora sul confine tra design computazionale, sistemi biologici e fabbricazione digitale