Per anni abbiamo immaginato che l’intelligenza artificiale sarebbe entrata nell’architettura attraverso le immagini: rendering generati in pochi secondi, concept elaborati da algoritmi, visioni capaci di trasformare il modo di rappresentare il progetto. Oggi, mentre queste applicazioni diventano sempre più diffuse, emerge un’altra trasformazione, meno spettacolare ma probabilmente più profonda: l’AI sta modificando il modo in cui gli studi organizzano la conoscenza, prendono decisioni e costruiscono il progetto.
“Per noi l’AI entra nel processo non come sostituzione del progetto, ma come ampliamento di alcune fasi di lavoro”, spiega Giovanni Sanna, fondatore di a-fact architecture, studio con sedi a Milano e Londra che esplora il rapporto tra progetto, dati e processi decisionali attraverso attività di progettazione e ricerca. Negli ultimi anni lo studio ha sviluppato una riflessione sul ruolo dell’intelligenza artificiale come estensione delle capacità cognitive del progettista e sul modo in cui queste tecnologie stanno ridefinendo il rapporto tra analisi, produzione e scelta progettuale: “Usiamo l’AI soprattutto come strumento di accelerazione e confronto: aiuta a produrre alternative, a testare ipotesi, a rendere più esplicite alcune intuizioni e a costruire materiali intermedi su cui ragionare”, racconta Sanna, “non è però il luogo in cui nasce automaticamente il progetto, che continua a formarsi nel rapporto tra contesto, vincoli, intenzione architettonica e capacità di sintesi”.

La necessità di una direzione
Dalle sue parole emerge una distinzione importante: l’intelligenza artificiale può supportare il processo creativo, ma non sostituisce il pensiero progettuale. Al contrario, la sua efficacia sembra dipendere dall’esistenza di una chiara intenzione progettuale. “Se manca una direzione, l’AI tende a produrre immagini generiche, formalismi ricorrenti o soluzioni seducenti ma deboli. Il tema non è quindi far fare il progetto all’AI, ma capire come usarla per aumentare la qualità del pensiero progettuale.”
Per Sanna la novità introdotta dall’intelligenza artificiale è ancora più profonda: se gli strumenti tradizionali hanno storicamente ampliato le capacità fisiche dell’uomo, l’AI interviene direttamente su alcune funzioni cognitive come la ricerca, l’associazione di informazioni, la sintesi e la simulazione di scenari alternativi. È anche per questo che il dibattito, a suo avviso, non può essere letto soltanto in termini tecnologici, ma coinvolge questioni culturali e antropologiche che riguardano il modo stesso in cui prendiamo decisioni e costruiamo conoscenza.
Una posizione che trova diversi punti di contatto con quella di Riccardo Piazzai, fondatore di Metodia, realtà che lavora sull’integrazione dell’AI nei processi progettuali, sviluppando metodi, strumenti e workflow per studi di architettura e organizzazioni creative. Piazzai è inoltre fondatore di Processia – la prima piattaforma AI pensata per architetti e designer italiani per supportare le fasi di ideazione, organizzazione, visualizzazione e controllo del progetto – ed è Project Manager presso BIG – Bjarke Ingels Group, uno dei principali studi di architettura a livello internazionale, riconosciuto per l’integrazione tra innovazione tecnologica, sostenibilità e ricerca progettuale. Anche per Piazzai il dibattito pubblico tende a concentrarsi sull’aspetto più visibile del fenomeno.

La conoscenza come infrastruttura
“Per molti anni l’intelligenza artificiale è stata associata quasi esclusivamente alla produzione di immagini. Questa interpretazione è comprensibile, ma limita fortemente la portata del fenomeno”, spiega Riccardo Piazzai, secondo il quale il cambiamento più significativo riguarda la gestione della complessità: “Il vero valore dell’AI non consiste nel generare rendering più velocemente, bensì nel supportare il processo decisionale che sta alla base di ogni progetto”. L’architettura è una disciplina che richiede il coordinamento simultaneo di informazioni molto diverse tra loro: dati ambientali, normative, standard tecnici, materiali, vincoli economici, consulenze specialistiche e procedure operative. “L’AI diventa realmente utile quando è in grado di trasformare questa complessità in uno strumento operativo a disposizione del progettista”, afferma; “si passa dall’AI come strumento di rappresentazione all’AI come infrastruttura di processo”. L’idea è quella di un’intelligenza artificiale che lavora sotto la superficie del progetto, organizzando informazioni, collegando dati, automatizzando attività ripetitive e rendendo accessibili conoscenze che spesso rimangono disperse all’interno delle società di progettazione.
Per Piazzai, tuttavia, molti studi si trovano ancora nella fase iniziale di questa transizione: “Nella maggior parte degli studi, l’intelligenza artificiale entra nei flussi di lavoro, soprattutto attraverso la generazione di immagini, perché è l’applicazione più immediata da adottare e quella che produce risultati visibili in tempi molto rapidi. Le applicazioni più profonde e strutturali, come l’integrazione nei processi BIM, nella documentazione tecnica, nella gestione della conoscenza e nel coordinamento interdisciplinare, sono meno diffuse”.

L’organizzazione del lavoro
È uno degli ambiti in cui questa trasformazione emergerà con maggiore evidenza: entrambi i progettisti osservano come l’AI stia modificando il modo in cui vengono raccolte e condivise le informazioni. “L’impatto più interessante riguarda l’organizzazione del lavoro”, osserva Sanna; “l’AI modifica il modo in cui uno studio raccoglie informazioni, costruisce scenari, sintetizza dati, prepara riunioni, struttura documenti e comunica internamente le decisioni”. Ma questa accelerazione ha una conseguenza diretta: la capacità critica diviene ancor più decisiva: “Aumentando la quantità di output disponibili, aumenta anche il bisogno di selezione critica. L’AI può moltiplicare possibilità, ma non stabilisce da sola cosa sia pertinente, cosa sia necessario, culturalmente sensato o cosa produca valore per un luogo e per una comunità. È proprio in questa attività di interpretazione che continua a risiedere la parte essenziale del progetto”.
Anche Piazzai insiste sul tema della conoscenza condivisa. Nella sua esperienza, l’intelligenza artificiale può trasformare il patrimonio informativo accumulato negli anni in una risorsa immediatamente accessibile: “Standard BIM, capitolati, database di materiali, procedure interne, esperienze pregresse e lezioni apprese possono diventare interrogabili in linguaggio naturale e immediatamente accessibili a tutto il team. Le informazioni non sono più disperse in cartelle, documenti o nella memoria di poche persone, ma diventano parte di un’infrastruttura condivisa che supporta il lavoro quotidiano”. Secondo Piazzai, l’impatto potenziale dell’AI coinvolge l’intera organizzazione dello studio: risorse umane, formazione, marketing, business development, gestione economica e coordinamento operativo.

Il valore della scelta
Tutto questo porta inevitabilmente a una domanda: quale sarà il ruolo dell’architetto in un contesto in cui una parte crescente delle attività viene automatizzata? Per entrambi la risposta è chiara. “Il momento decisivo resta l’atto progettuale”, afferma Sanna. “Quando una serie di dati, vincoli, immagini, riferimenti e possibilità viene trasformata in una decisione coerente. Più che scegliere tra diverse opzioni, il progetto nasce quando qualcuno si assume la responsabilità di una scelta e delle sue conseguenze. Lì si misura la responsabilità dell’architetto.” Piazzai arriva a una conclusione molto simile: “L’introduzione dell’AI non riduce il ruolo dell’architetto; al contrario, ne accentua la responsabilità. Se molte attività operative possono essere automatizzate, il valore del progettista si sposta sempre più verso la capacità di formulare domande, definire visioni, interpretare il contesto e prendere decisioni complesse”.
Accanto alle opportunità emergono, però, anche alcuni rischi. Il principale è quello dell’omologazione: “Esiste il rischio di una certa estetica AI, già riconoscibile”, osserva Sanna; “strumenti simili, allenati su immaginari simili, possono generare risultati simili. Il rischio non è soltanto avere edifici che si assomigliano, ma perdere progressivamente la capacità di produrre differenza, specificità e radicamento nei contesti. Per questo diventa fondamentale non usare questi strumenti in modo passivo”.
Da un’altra prospettiva, anche Piazzai individua il rischio di una progressiva convergenza dei risultati: “Se tutti utilizzano gli stessi strumenti nello stesso modo, i risultati tendono a convergere. Per questo ritengo fondamentale sviluppare sistemi personalizzati, che riflettano il metodo e la cultura di ciascuno studio”. La questione, in fondo, riguarda il rapporto tra uomo e macchina: non più una macchina che sostituisce il lavoro fisico, come accadeva nella rivoluzione industriale, ma una macchina che entra nei processi cognitivi e decisionali.
Il dibattito sull’intelligenza artificiale nell’architettura appare sempre meno come una questione tecnologica e sempre più come una questione culturale. Le macchine possono elaborare dati, suggerire alternative, accelerare procedure e produrre soluzioni plausibili, ma la plausibilità non coincide necessariamente con il significato. Continuano a non possedere ciò che entrambi gli interlocutori considerano il cuore della professione: la capacità di attribuire senso, assumersi responsabilità e costruire una visione. Poiché l’architettura non consiste solo nel risolvere problemi o individuare soluzioni efficaci, ma nel costruire relazioni tra luoghi, comunità, memoria e trasformazione, le macchine possono accelerare processi, organizzare conoscenze e generare alternative, ma il progetto nasce nel momento in cui le alternative vengono interpretate e trasformate in una scelta. Nel passaggio tra informazione e visione, tra opzioni e decisione, Sanna e Piazzai individuano il ruolo dell’architetto nell’epoca dell’intelligenza
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