L’arte digitale di teamLab amplia l’idea di bellezza

di Luisa Castiglioni

Entrare in una mostra di teamLab significa abbandonare per qualche istante l’idea tradizionale di opera d’arte. Non ci sono oggetti da osservare né immagini immobili da contemplare. Ci si muove all’interno di ambienti fatti di luce, suono, dati e sistemi digitali che reagiscono continuamente alla presenza delle persone. I confini tra spazio, corpo e tecnologia diventano incerti; quelli tra spettatore e opera tendono a scomparire.

È proprio in questa zona di confine che lavora da oltre vent’anni teamLab, collettivo giapponese fondato a Tokyo nel 2001. La sua ricerca prende forma oggi in una costellazione di musei e ambienti immersivi permanenti distribuiti tra Giappone e resto del mondo, da teamLab Borderless e teamLab Planets a Tokyo fino ai più recenti progetti a Kyoto, Osaka e Abu Dhabi.
Artisti, programmatori, ingegneri, animatori CGI (Computer Generated Imagery), matematici e architetti collaborano alla costruzione di spazi in cui la tecnologia è una infrastruttura fondamentale e invisibile. Ciò che interessa a teamLab non è mostrare la potenza degli strumenti digitali, bensì utilizzare quei sistemi per rendere percepibili relazioni normalmente invisibili: tra individui, tra esseri umani e natura, tra il sé e il mondo. Il collettivo utilizza tecnologie avanzate per interrogarsi su questioni che precedono il digitale: il rapporto con gli altri, il significato della presenza collettiva, la continuità della natura e la costruzione della bellezza. Abbiamo approfondito questi temi in una conversazione con il collettivo giapponese, per il quale l’arte mantiene una funzione essenziale: ampliare la percezione e, con essa, il mondo che siamo in grado di vedere.

Massless Suns and Dark Suns, installazione luminosa presente al teamLab Phenomena Abu Dhabi, al Saadiyat Cultural District, ph. teamLab

In molte discussioni sull’AI e sulla tecnologia le macchine vengono descritte come sostitute dell’azione o della creatività umana. Nei vostri lavori, al contrario, create ambienti che esistono solo attraverso la presenza e la partecipazione delle persone. Come vedete oggi il rapporto tra uomo e tecnologia?

La tecnologia è al centro del nostro lavoro, ma non è l’aspetto più importante. Rimane un materiale o uno strumento per creare arte. Creiamo opere utilizzando la tecnologia digitale dal 2001 con l’obiettivo di contribuire all’evoluzione delle persone e al progresso della società. Sebbene all’inizio non avessimo idea di dove avremmo potuto esporre il nostro lavoro o di come sostenere economicamente il team, credevamo profondamente nel potenziale della tecnologia digitale e della creatività e ne eravamo sinceramente affascinati. Volevamo creare cose nuove indipendentemente dai confini tra le discipline, e lo abbiamo fatto.
La tecnologia digitale consente all’espressione artistica di liberarsi dal mondo materiale, acquisendo la capacità di trasformarsi liberamente. Nelle installazioni artistiche in cui da una parte ci sono i visitatori e dall’altra ambienti interattivi, questi ultimi si modificano in risposta alla presenza e al comportamento del pubblico. Questo contribuisce a rendere più sfumati i confini tra le due parti. I visitatori diventano effettivamente parte di ciò che accade nello spazio. Le persone diventano più consapevoli di chi le circonda. L’arte acquisisce così la capacità di influenzare le relazioni tra coloro che condividono la stessa esperienza.

Le installazioni di teamLab si attivano attraverso il movimento, l’interazione e la presenza collettiva. Perché la partecipazione è un elemento così centrale nel vostro lavoro?
Ciò su cui teamLab concentra la propria ricerca è il rapporto tra interattività e arte. Il tipo di interattività che perseguiamo è quello in cui la presenza delle persone trasforma l’opera, indipendentemente dal fatto che lo vogliano o meno. Attraverso la tecnologia digitale possiamo modificare indirettamente le relazioni tra le persone presenti nello spazio. Se la presenza degli altri è in grado di trasformare l’ambiente, allora quelle persone ne diventano parte integrante.
Quando il corpo si immerge nell’opera, il confine tra sé, l’opera e gli altri diventa meno definito. Poiché la nostra presenza e quella degli altri possono trasformare il mondo condiviso dell’opera, possiamo arrivare a percepire noi stessi, gli altri e il mondo come un tutt’uno.

Resonating Microcosms in the Common Camellia Garden, intervento luminoso nel Giardino Botanico di Osaka, ph. teamLab

La natura è spesso presente nelle vostre opere come sistema dinamico di relazioni, trasformazioni e interdipendenze. In che modo questa prospettiva influenza il vostro modo di concepire gli ambienti digitali?
La natura è in costante trasformazione e possiede proprie dinamiche di interazione. La tecnologia digitale ha reso possibile, più di qualsiasi altro artefatto creato dall’uomo, esprimere queste trasformazioni e interazioni sottili che caratterizzano la natura. Ci ha inoltre consentito di sviluppare forme espressive che generano un senso più profondo di connessione con l’opera. Piuttosto che riprodurre la natura, vogliamo creare opere che consentano alle persone di percepire con il proprio corpo la continuità tra natura e mondo. Crediamo che la tecnologia non sia in conflitto con la natura, ma che abbia il potenziale per completarla. teamLab mira a esplorare una nuova relazione tra esseri umani e natura attraverso l’arte. Non vediamo alcuna separazione tra noi e la natura: l’una è nell’altra e viceversa. Tutto esiste all’interno di una continuità della vita lunghissima, fragile e al tempo stesso miracolosa.

Le tecnologie digitali sono sempre più associate a velocità, efficienza e ottimizzazione. Le vostre installazioni, al contrario, sembrano incoraggiare attenzione, lentezza e contemplazione. Questo contrasto è intenzionale?

La tecnologia digitale possiede certamente anche questa dimensione, ma ciò che ci interessa e che vogliamo esprimere è la continuità: tra le persone e le installazioni, tra le opere tra loro e con gli spazi che le ospitano. La velocità non è rilevante per questo tipo di espressione. Ciò che teamLab vuole fare è amplificare l’esperienza dello spazio fisico attraverso l’arte. Più recentemente abbiamo sviluppato opere basate sul concetto di Environmental Phenomena (fenomeni ambientali), nelle quali l’opera non può esistere autonomamente: la sua esistenza è un fenomeno generato dall’ambiente che la circonda.

Massless Amorphous Sculpture, ambiente immersivo al teamLab Biovortex Kyoto, ph. teamLab

teamLab riunisce artisti, programmatori, ingegneri e animatori all’interno di una stessa pratica. In che modo questa struttura interdisciplinare influenza il vostro modo di pensare e creare?

Con il termine collective creation intendiamo la capacità di un gruppo di creare qualcosa di qualità superiore, rafforzando allo stesso tempo l’intera organizzazione. Questo processo si fonda su due elementi. Il primo è la collaborazione tra specialisti di discipline diverse che superano i confini dei propri ambiti per lavorare, pensare e creare insieme. Il secondo è la scoperta di conoscenze che nascono dal processo creativo, la loro condivisione e il loro riutilizzo in contesti diversi per accrescere la creatività del gruppo.
I membri di teamLab hanno interessi e opinioni molto diversi tra loro; tuttavia, siamo accomunati dal desiderio di creare un’opera o una mostra che nessuno abbia mai visto o sperimentato prima. La forza e il dinamismo del nostro processo creativo derivano proprio dal fatto che queste direzioni differenti si scontrano durante la realizzazione del lavoro e, allo stesso tempo, trovano una sintesi nell’opera finale firmata teamLab. Poiché ogni progetto nasce dalla combinazione di saperi molto specifici, non esiste alcuna opera che possa essere realizzata da una sola persona. È indispensabile che professionisti altamente qualificati si riuniscano e lavorino insieme come una squadra.

Guardando al futuro, quali tipi di relazioni tra esseri umani, tecnologia e ambiente ritenete che le discipline creative debbano contribuire a costruire?

Siamo interessati a esplorare il rapporto tra il sé e il mondo e nuove forme di percezione. Per comprendere il mondo che li circonda, gli esseri umani tendono a suddividerlo in entità separate, immaginando dei confini tra di esse. teamLab cerca di superare questi confini nella percezione che abbiamo del mondo, del rapporto tra il sé e il mondo e della continuità del tempo.
A un certo punto della storia, gli esseri umani hanno guardato i fiori e li hanno trovati belli. Eppure, non comprendiamo davvero il fenomeno della bellezza. L’evoluzione spiega alcuni casi: da un punto di vista riproduttivo è naturale che percepiamo altri esseri umani come belli. Ma questo non spiega perché abbiamo iniziato a riconoscere la bellezza in qualcosa che non aveva alcuna utilità immediata, come un fiore. Crediamo che l’arte sia l’atto attraverso cui gli esseri umani contemporanei creano i propri ‘fiori’ ed espandono l’idea di ciò che è bello. Tra trent’anni o cinquant’anni, grazie a questi ampliamenti positivi dell’idea di bellezza, le persone potrebbero comportarsi in modi che oggi, con le nostre conoscenze limitate, non siamo ancora in grado di comprendere, consentendo all’umanità di continuare a crescere e prosperare.

Order in Chaos, ambiente digitale in cui forme e comportamenti emergono da sistemi complessi in continua evoluzione; si trova al teamLab Phenomena Abu Dhabi, ph. teamLab

Quale ruolo può svolgere oggi l’arte nell’immaginare ‘futuri desiderabili’?

Se l’arte ha uno scopo, noi di teamLab lo identifichiamo nella capacità di immaginare nuovi sistemi di valori o di trasformare quelli esistenti. Questo ruolo fondamentale rimane invariato, indipendentemente dalla velocità con cui evolvono strumenti e materiali. Gli esseri umani non percepiscono il mondo che vedono, ma vedono il mondo che percepiscono. Ampliare la percezione e, con essa, il mondo che siamo in grado di vedere è ciò che più ci interessa ed è il ruolo che l’arte può svolgere.

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