Una città, un’idea di città, passa attraverso tre aspetti che hanno in sé una dimensione ossimorica: il confine infinito; le diversità unite; le soluzioni problematiche.
Il confine infinito
Le città tendono a crescere continuamente. Già dagli inizi del presente secolo il numero di persone urbanizzate superava quelle che vivevano in un contesto rurale e si prevede che nel 2050 arriveranno al 70-75% della popolazione mondiale. Non basta un cartello con il nome di una città barrato da una banda rossa a dirci che quella città finisce proprio lì. Essa prosegue ben oltre, in un continuum urbanizzato che tiene insieme, per attività produttive, flussi di mobilità e stili di vita, migliaia e migliaia di individui e di territori. I confini amministrativi delle città e dunque le politiche locali che ne derivano stentano a cogliere la complessità della questione urbana, richiamano viceversa la necessità di costruire puzzle dove i singoli pezzi hanno un senso solo se collegati ad altri. Molti comuni centrali di un qualsiasi hinterland quasi raddoppiano dalla notte al giorno, come si usa dire, perché quotidianamente vengono raggiunti da pendolari, city users, turisti che usano e consumano la città per poi rientrare la sera. La città per questi motivi diventa infinita e molteplice nella forma e ancora più nella sua dimensione identitaria.
Le diversità unite
Questo secondo tema chiama in causa le caratteristiche di città fatte di evidenti polarizzazioni sociali ed economiche riscontrabili nelle distanze, spesso inconciliabili, esistenti tra ceti abbienti e segmenti deboli, tra generazioni portatrici di nuovi interessi e popolazioni invecchiate, tra soggetti di etnia e religioni diverse: persone, dunque, che vivono a contatto di gomito, rivendicando nello stesso tempo culture diverse e maturando bisogni e aspettative che possono essere all’origine di conflitti. Immaginare una città in cui le diversità coesistono in una sorta di mixité che rappresenta tanto il timore quanto la salvezza del genere urbano – l’“altro” ci spaventa ma difficilmente possiamo evitare reciprocità e contaminazioni più o meno virtuose – costituisce argomento di riflessione, di posizioni ideologiche, di posture quotidiane che caratterizzano le dinamiche di convivenza e il senso di appartenenza ai quartieri nei quali spendiamo la nostra esistenza.
Le soluzioni problematiche
Il terzo e ultimo punto concerne la questione ambientale. La città è il luogo dove da sempre si manifestano i livelli più elevati di inquinamento, di contagio, di malessere fisico. Lo è sempre stato proprio perché in essa, come sopra accennato, si concentrano e vivono in stretta prossimità umanità diverse: abitanti, studenti, lavoratori, persone stanziali e di passaggio. Vengono a determinarsi in tal modo luoghi e circostanze urbane che mettono a dura prova i cittadini, caricandoli del peso dell’isolamento sociale, della sedentarietà, della densità abitativa, delle abitudini alimentari discutibili, del progresso socio-economico più in generale, con tutte le contraddizioni e le responsabilità a esso legate. Contemporaneamente, però, la città è il contesto privilegiato dove si fa ricerca, si curano le malattie, si affrontano le urgenze sanitarie, si sperimentano nuove soluzioni trasportistiche ed energetiche in grado di affrontare proprio le questioni ambientali sollevate. Le città raccolgono i mali del mondo, ma sono al servizio dello stesso per combatterne le disamenities.

L’identità in vetrina
I tre temi trattati costituiscono il motivo per cui le città, delle quali più volte si sono celebrati i funerali – soprattutto da parte dei sostenitori di una informatizzazione delle attività lavorative che avrebbe svuotato di senso le parti centrali delle aree metropolitane a favore di “cottage elettronici” distribuiti nella campagna, come già sosteneva un incauto Alvin Toffler nel volume The Third Wave del 1980 – al contrario oggi sembrano più vive che mai. Continuano a fare bella mostra di sé stesse invitando tutti a visitarle, a provare in esse incredibili esperienze, non replicabili altrove, nonostante l’omologazione dei contesti. Sì, perché se è vero che le città tendono sempre più a somigliarsi, è altrettanto vero che una delle industrie fondamentali dell’epoca moderna è quella del turismo che non può permettersi di non destare interesse e curiosità nel pubblico rispetto alla peculiarità delle destinazioni prescelte. Se Parigi non è più la vecchia Parigi, è altrettanto vero che deve ancora distinguersi da Londra, da Roma, da Berlino e via dicendo. Operazione non semplice: basti guardare gli skyline delle città sempre più simili. Quel che spesso succede è, dunque, che molte città, in modo tanto sfacciato quanto necessario, tendono a forzare in chiave artificiale i propri caratteri distintivi. Ne sono un esempio i menu dei ristoranti per turisti che sottolineano l’offerta di un’autentica cucina locale ma lo fanno proponendo il menu in più lingue. Il paradosso è quello della conservazione di una certa originalità dei luoghi e dei prodotti ma sostanzialmente “vetrinizzata”, cioè a vantaggio dei visitatori e non dei cittadini. Questi ultimi spesso si rifugiano nella semplice rievocazione del passato o si avventurano alla ricerca di circuiti veramente alternativi a quelli turistici. Insomma, l’identità che proviamo con i luoghi è un sentimento che risulta oggi essere sempre più problematico proprio in relazione alla rapidità con cui questi si trasformano e all’incremento della nostra stessa mobilità per frequenza, raggio di azione e motivazioni. Il singolo individuo nella post-modernità appartiene di fatto a più mondi, a più cerchie e come tale allenta i legami con ciascuna di esse. In altri termini, nascere, vivere e morire nello stesso posto risulta sempre più raro. Piuttosto, spalmiamo la nostra esistenza rispetto a molteplici e incerti orizzonti geografici.
Il flâneur, sacerdote del genius loci
Mentre i temi sin qui illustrati restano al centro delle ricerche condotte da urbanisti, sociologi, epidemiologi (ma non solo), l’identità, l’attaccamento, il senso di appartenenza ai luoghi sono di interesse soprattutto per gli psicologi, e in particolare per gli psicologi dell’ambiente. Ma è un’altra la prospettiva di analisi che vorrei affrontare nelle righe che restano, facendo riferimento a una figura che prende le mosse con Charles Baudelaire nell’Ottocento e viene codificata da Walter Benjamin nel secolo successivo. Stiamo parlando del flâneur, personaggio anch’esso ossimorico (puer-senex, solo nella folla, ozioso-creativo) che con il suo lento camminare percepisce la città e ne interpreta il genius loci come se ne fosse il sacerdote. Egli (ma anche “ella” visto che esiste la versione femminile: la flâneuse) non è precisamente uno scienziato sociale, ma un intellettuale, uno scrittore, un poeta ma anche un fotografo, un artista che placa la propria curiosità cercando nel paesaggio urbano gli interstizi, gli angoli nascosti, che gli consentono di cogliere e rappresentare la vera anima della città per quella che è stata e che è, fuori dalle ipocrisie e dalle falsificazioni in senso turistico oggi abbondanti, ma, al contrario, sviluppando un approccio critico.

Ragione e sentimento, memoria e presente
Le atmosfere urbane, pur nella loro impalpabilità o forse proprio per questo, diventano fonte delle emozioni che intercorrono tra noi e gli spazi, dei sentimenti che proviamo rispetto alle città, per le memorie che evocano e gli impulsi che suscitano. Volendo tradurre queste considerazioni in più semplici domande, viene spontaneo chiederci: che cosa proviamo quando, come flâneur contemporanei, attraversiamo una città nuova o a noi familiare? Ci attrae, ci respinge, ne siamo indifferenti? Ci sentiamo parte di essa perché la riconosciamo a noi culturalmente e fisicamente vicina oppure esclusi, distanti da essa, non tanto o soltanto dal punto materiale ma anche simbolico? Guardare alle città oggi significa forse proprio coniugare quanto detto sopra in termini di problematiche socio-economiche con quanto può emergere da prospettive più intime, più personali e letterarie, in quel tessuto di significati che prende corpo tra l’individuo e la collettività, tra il nostro esistere e la parte di mondo che di volta in volta ci ospita.
La città non può essere solo smart, frutto di processi di razionalizzazione e di dispositivi tecnologici che orientano l’uomo nell’uso più efficiente della stessa; e nemmeno è da considerarsi l’esito finale di visioni morali (pur auspicabili) che tendono a ridurre le situazioni di disuguaglianza e a incrementare la qualità della vita dei suoi abitanti e visitatori. La città, ogni città, ha una sua indole, una sua storia, un’anima appunto con la quale occorre confrontarsi, sapendo che non sempre è facile domarla, che essa si presenta a noi come fosse una persona con i suoi pregi e i suoi difetti. Possiamo osservarla sulla soglia, ma anche immergerci in essa e – con un po’ di coraggio – viverla pienamente. Possiamo persino progettarla, ma senza perdere di vista i suoi trascorsi e il suo carattere e, infine, possiamo riconoscerla come fondale imprescindibile del nostro stare in mezzo agli altri. Adottare questa prospettiva ci consente di lavorare sulla memoria, ma nello stesso tempo di evitare una facile retorica (anche nostalgica), che vede nel passato l’ancora di salvezza della città. E di cogliere, invece e in profondità, i mutamenti in atto.
bibliografia:
Giandomenico Amendola (a cura di), La città vetrina. I luoghi del commercio e le nuove forme del consumo, Liguori, 2006
Charles Baudelaire, Lo Spleen di Parigi. Piccoli poemi in prosa [1869], Feltrinelli, 1992
Walter Benjamin, I “passages” di Parigi [1927-1940], Einaudi, 2002
Stefano Cascavilla, Il dio degli incroci. Nessun luogo è senza genio, Exòrma Edizioni, 2021
Giampaolo Nuvolati (a cura di), Camminare la città. Manuale per la flânerie, il Mulino, 2025
Alvin Toffler, The Third Wave, William Morrow, 1980
Serena Vicari Haddock (a cura di), Questioni urbane. Caratteri e problemi della città contemporanea, il Mulino, 2013
Giampaolo Nuvolati, Being a flâneur in a spectacular city, 2025, disegno acrilico e matita su cartoncino 50x70
Giampaolo Nuvolati, Flâneur a Milano, 2024, disegno acrilico e matita su cartoncino 50x70
Giampaolo Nuvolati, Flâneur del giorno d’oggi, acrilico su carta di giornale 30x40
Giampaolo Nuvolati, Flâneur solitario nella folla urbana, 2025, disegno acrilico e matita su cartoncino 50x70
Giampaolo Nuvolati, Flâneurs a Parigi, 2025, disegno acrilico e matita su cartoncino 50x70
Giampaolo Nuvolati, Riunione improbabile di flâneurs, 2023, disegno acrilico e matita su cartoncino 50x70
Ritratto di Giampaolo Nuvolati
Giampaolo Nuvolati

È professore ordinario di Sociologia dell’ambiente e del territorio presso l’Università degli studi di Milano Bicocca dove insegna Sociologia urbana. In questo stesso Ateneo è stato presidente del corso magistrale di Sociologia, ha ricoperto la carica di direttore del Dipartimento di sociologia e ricerca sociale e di pro-rettore per i Rapporti con il territorio. I suoi temi di ricerca riguardano la qualità della vita urbana, l’abitare, i conflitti tra popolazioni metropolitane residenti e non residenti, il rapporto tra città, sociologia e letteratura nella figura del flâneur.