Gli edifici, come le persone, incorporano una memoria costituita da materiali, energia, lavoro, tempo. Individuare i criteri e le tecniche per valorizzarla, anziché sprecarla trasformandola in macerie, è il compito che si sono dati i ricercatori del centro di ricerca e consulenza strategica GXN. Nato all’interno di 3XN Architects, studio globale di progettazione fondato da Kim Herforth Nielsen nel 1986 con sede principale a Copenhagen, GXN è attivo come piattaforma autonoma, che lavora tra comportamento, materiali e politiche urbane e da quasi vent’anni costruisce ponti tra aziende, università, amministrazioni e comunità locali per trasformare le visioni di sostenibilità in processi e progetti concreti. L’attività di ricerca si muove su due assi principali: Behavioural Design, per indagare come gli spazi influenzano i comportamenti e il benessere, e Circular Design, per ripensare cicli di vita, materiali e modelli economici oltre la logica lineare del “costruire-usare-demolire”.
In questo quadro, la città non è mai una tabula rasa. È un archivio di strutture e infrastrutture, di edifici amati e altri percepiti come obsoleti, che però concentrano enormi quantità di energia, materia, lavoro e memorie. È qui che si inserisce il lavoro di Mattia Di Carlo, Circular Design Specialist, che in GXN lavora su strategie di riuso, design for disassembly e ricerca sui materiali: dal social housing circolare del complesso Circle House ad Aarhus ai prototipi di BioConcrete, un cemento biologico sperimentale ottenuto attraverso i batteri, fino ai progetti per il riuso strutturale del calcestruzzo.
Lo incontriamo per parlare di adaptive reuse come condizione strutturale del progetto contemporaneo e per capire come la ‘memoria edile’ delle città possa diventare la base di un nuovo immaginario, più circolare e meno incline alla demolizione facile.

Se pensiamo all’adaptive reuse come a una condizione strutturale del progetto contemporaneo, quali cambi di mentalità sono davvero urgenti perché questo approccio diventi ordinario?
Prima di tutto dobbiamo accettare che il modo in cui abbiamo costruito finora non è più compatibile con la velocità del mondo. Tra concept e cantiere passano tra i 5 e i 10 anni; nel frattempo cambiano modelli di lavoro, tecnologie, normative, persino le abitudini quotidiane. Se progettiamo edifici iper-ottimizzati su un solo programma, rischiamo che siano obsoleti già al momento dell’inaugurazione.
Mi piace la frase di Stewart Brand: “All buildings are predictions, all predictions are wrong – design so it doesn’t matter”. Per noi significa disaccoppiare il ciclo di vita dell’edificio da quello del programma di uso, ovvero pensare all’architettura come a un ‘hardware’ relativamente stabile che può ospitare molti ‘software’ diversi nel tempo. Questo richiede strutture generose, accessi e impianti leggibili, giunzioni reversibili.
Il cambio di mentalità è doppio. Dal basso, per architetti e industria, smettere di considerare il “nuovo” come gesto progressista per definizione e iniziare a vedere come veramente innovativo ciò che consuma meno risorse possibili.
Nel vostro lavoro ricorre spesso il concetto di embedded value: che cosa cambia, per l’architetto, quando il progetto non parte più da una pagina bianca?
Con il concetto di embedded value intendiamo la memoria materiale degli edifici: decenni di energia, risorse e lavoro incorporati in strutture che spesso siamo tentati di demolire solo perché non corrispondono più ai canoni estetici o funzionali del presente. A livello europeo circa il 97% del patrimonio edilizio dovrà essere riqualificato per raggiungere gli obiettivi climatici al 2050: non possiamo pensare di sostituirlo semplicemente con nuovo costruito “più efficiente”.
Per l’architetto questo significa diventare meno autore e più orchestratore. Il progetto non inizia con una forma da imporre, ma con una lettura: struttura, materiali, relazioni urbane, uso sociale. In molti casi lavoriamo su edifici unloved, costruiti tra gli anni Cinquanta e Settanta, che non rientrano nei criteri di tutela tradizionali, ma hanno un valore enorme in termini di risorse e di possibilità di trasformazione. Il compito è capire cosa preservare, cosa trasformare, cosa aggiungere per estenderne la vita.
C’è anche una dimensione narrativa: dobbiamo tradurre questa memoria in un linguaggio comprensibile per chi investe e per chi abita. Quando parliamo di minore rischio di obsolescenza, maggiore durata dell’asset, qualità dello spazio, non stiamo facendo solo calcoli finanziari: stiamo definendo nuove metriche progettuali, dove il tempo diventa materia di progetto.

Progettare edifici pensati per essere smontati e trasformati implica una visione del tempo molto diversa da quella tradizionale. Che tipo di responsabilità introduce questa prospettiva?
Significa progettare per vite che non vedremo e per utenti che non conosceremo. La durabilità non coincide più solo con la solidità della struttura, ma con la sua utilità lungo più cicli di uso. Pensiamo in strati: struttura, involucro, impianti, layout interno, arredi. Ognuno ha cicli di vita diversi e il progetto deve permettere che cambino senza toccare tutto il resto. Da qui nasce l’idea di design for disassembly: non che tutto debba essere smontabile, ma che lo sia ciò che davvero conta per ridurre costi, rischi e sprechi futuri.
C’è poi una responsabilità sociale. L’architettura ha spesso cristallizzato rapporti di potere, usi monofunzionali, gerarchie rigide. Progettare per la trasformazione significa accettare che ruoli, economie e comunità cambiano. Un edificio capace di adattarsi – per esempio convertendo uffici in laboratori, come stiamo sperimentando a Londra – è più onesto rispetto al tempo in cui vive e riduce il rischio di diventare un volume vuoto nel tessuto della città.
Molti vostri progetti nascono come ricerca prima ancora che come architettura costruita. In che modo la ricerca rende praticabile un’idea di riuso su scala urbana?
Per noi la ricerca non è un capitolo separato, ma un modo di lavorare. Ogni progetto ha una fase di domanda: quali ipotesi possiamo mettere alla prova? Che cosa ci manca per prendere decisioni migliori in futuro? Poi c’è una fase di sperimentazione – spesso in forma di dimostratori, padiglioni, prototipi – e infine un ritorno sistematico su ciò che abbiamo imparato.
Circle House, per esempio, è il primo complesso residenziale danese pensato fin dall’inizio per essere smontato, con l’obiettivo che il 90% dei materiali sia riutilizzabile senza perdita di valore. Lì abbiamo lavorato su principi, sistemi costruttivi, logistica del disassemblaggio, documentazione dei componenti. Il Circle House Demonstrator, il padiglione 1:1, è diventato un laboratorio aperto sul tema.
Con (P)RECAST attraverso il riuso diretto di elementi prefabbricati in calcestruzzo provenienti da demolizioni, abbiamo testato metodi di smontaggio, nuove giunzioni e criteri di certificazione. L’obiettivo è costruire una filiera in cui le imprese di demolizione non siano solo “fine vita”, ma fornitori di componenti strutturali ad alto valore.
Su scala urbana, progetti come questi producono strumenti: linee guida, workflow digitali, strategie di audit pre-demolizione che possono essere adottate da città e investitori. Non sono soluzioni one-off, ma mattoni per politiche future.

Se la demolizione è una perdita di valore materiale, ambientale e culturale, quali strumenti progettuali possono riportare il riuso al centro delle decisioni, soprattutto nei contesti urbani complessi?
Ne vedo almeno tre. Il primo aspetto fondamentale è partire da una mappatura dell’esistente chiamato Pre-Demolition Audit. Questo strumento analizza le caratteristiche dell’edificio per identificarne le potenzialità inespresse e per proporre scenari alternativi – trasformazione, smontaggio, riutilizzo – valutandone i pro e contro in fase iniziale. Questo approccio permette di ridurre i rischi del progetto prima di acquisire il sito. Quando si fa vedere che il riuso può ridurre l’impatto di CO2 del 50-60% su un ciclo di 50 anni, come nel progetto Tscherninghuset, o ridurre i costi per un totale di circa 80 milioni di euro (tra materiali e tempi di costruzione), mantenendo il 65% della struttura esistente come nel Quay Quarter Tower di Sydney, la conversazione cambia.
Il secondo aspetto riguarda l’identificazione del valore “umano”, tramite strumenti come il Behavioural Brief e il Sensorial Mapping che permettono di investigare l’attività umana negli spazi, analizzando sia i comportamenti reali degli utenti, sia la loro esperienza sensoriale: luce, acustica, materiali, atmosfere. Questo approccio parte da un principio fondamentale: non esiste edificio meno sostenibile di uno che non è amato. L’obiettivo è catturare le qualità umane di un sito o edificio, comprendere cosa non funziona e identificare perché certi spazi vengono evitati o sottoutilizzati, per non ricadere negli stessi errori progettuali e creare ambienti che le persone vogliono davvero abitare.
Il terzo aspetto è rendere accessibili anche le informazioni più tecniche. Visualizzazioni come mappe delle filiere locali, scenari di vita utile estesa e simulazioni di comfort traducono dati complessi in narrazioni comprensibili, costruendo consenso politico e sociale attorno all’idea che ciò che esiste già possa diventare infrastruttura per il futuro.
Guardando avanti: pensi che l’adaptive reuse diventerà pratica ordinaria o resterà una nicchia virtuosa? E che cosa implica questo per la memoria delle città?
Credo che diventerà ordinaria perché non abbiamo alternative credibili. I vincoli climatici, economici e sociali ci stanno portando lì comunque; la domanda è se ci arriveremo in modo caotico o con strumenti adeguati. Perché il riuso diventi mainstream servono tre condizioni: una cultura del progetto che riconosca il valore dell’esistente, regolamenti che rendano il riuso competitivo rispetto al nuovo e una filiera industriale capace di gestire materiali e componenti con la stessa efficienza con cui oggi gestisce prodotti nuovi.
Quanto alla memoria delle città, per me non è solo una questione estetica o nostalgica. Ogni edificio conservato o trasformato è un pezzo di storia materiale che continua a produrre effetti: climatici, economici, sociali. Quando demoliamo, oltre a perdere energia e risorse, cancelliamo queste stratificazioni e riduciamo la complessità urbana. Lavorare sul riuso significa accettare che la città è un organismo in cui il passato non è un fondale ma una condizione strutturale del futuro.
Se riusciremo a farlo bene, forse le città del prossimo secolo non saranno musei del moderno né distretti di rottamazione, ma luoghi in cui le tracce delle vite precedenti degli edifici diventano una forma attiva di memoria collettiva – una memoria che può cambiare, adattarsi, ma non sparisce a ogni ciclo immobiliare.
Il progetto di riconversione della Euston Tower a Regent’s Place, Londra, per il quale GXN ha prototipato il riuso del calcestruzzo. Per questo materiale, il secondo più utilizzato al mondo dopo l’acqua, non esistono modalità standard di riuso o riciclo. Courtesy 3XN GXN, British Land
(Re)Euston è la ricerca sul riuso del calcestruzzo segato presso l’Euston Tower a Londra. Partner di progetto: 3XN, GXN, British Land, Arup, Gardiner & Theobald, University of Surrey e John F Hunt. Courtesy GXN
Il progetto BioConcrete, sviluppato da GXN con l’artista Silas Inoue e Biomason, indaga le applicazioni della tecnologia Biocement, che utilizza batteri non modificati per far crescere un materiale simile al cemento, più leggero del 20% e tre volte più resistente. Courtesy Biomason
La sede centrale di Tscherning, azienda specializzata nella decostruzione, a Hedehusene (Danimarca). Per realizzarla GXN ha utilizzato materiali e componenti provenienti dalle demolizioni seguite dall’impresa stessa, ph. Claus Peuckert
Il progetto per l'azienda Tscherninghuset di GXN dimostra che il riuso può ridurre l’impatto di CO2 del 50-60% su un ciclo di 50 anni. Il magazzino esistente è stato trasformato in mensa, spazi per riunioni e area uffici, ph. Claus Peuckert
Il Sydney Fish Market, progettato da 3XN GXN con BVN, Aspect Studios e WallnerWeiss, ha aperto nel gennaio 2026, ph. Rasmus Hjortshoj Sviluppato da 3XN GXN con un approccio olistico alla sostenibilità, il Sydney Fish Market è sia un’infrastruttura industriale di 6.000 metri quadrati sia uno ...
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Mattia Di Carlo, Circular Design Specialist dello studio Circular del centro di ricerca GXN, nato all’interno di 3XN Architects, studio globale di progettazione fondato da Kim Herforth Nielsen nel 1986 con sede principale a Copenhagen