Le città, come le ceramiche di Bouke de Vries, sono “vasi di memoria”, modellati dal tempo e dalle ferite. Formatosi come restauratore di ceramica, l’artista olandese, nato a Utrecht e ora basato a Londra, ha trasformato la sua competenza tecnica in un percorso artistico in cui i frammenti divengono materia per le sue creazioni. Fino al 26 agosto 2026 è in corso al Princessehof National Museum of Ceramics di Leeuwarden, nel nord dei Paesi Bassi, una grande retrospettiva sul suo lavoro. Il titolo Unbroken gioca sui concetti di frattura e ricomposizione, di decadimento e rinascita che sono alla base delle 95 opere, alcune monumentali, in mostra.
In questa intervista l’artista racconta come il suo lavoro trasforma il frammento in mappa e il restauro in rigenerazione e svela come l’anima di un luogo risieda proprio nelle sue stratificazioni più fragili: un vero riflesso del genius loci della città.
Le città, come la ceramica, sono plasmate dall’uso, dalle possibili fratture, dal restauro e dal tempo. Nella tua pratica, i frammenti portano tracce di vite passate. Se gli oggetti rotti sono metafore urbane, in che modo le città raccontano la loro memoria attraverso ciò che è danneggiato, scartato o trascurato?
Suggerirei un’estensione della tua analogia: proprio come la ceramica si relaziona alle città, le città si relazionano alle nazioni. La ceramica è tra i materiali archeologici più durevoli e riconoscibili, attraverso cui le culture possono essere identificate nel tempo e nello spazio. Dopo essere stati usati, gli oggetti vengono spesso sepolti e alla fine tornano alla terra da cui provengono. Questo ciclo ha ispirato Homeland, una mappa dei Paesi Bassi, la mia terra d’origine, realizzata con frammenti di maiolica di Delft del XVII e XVIII secolo. Sebbene rotta, la superficie rivela forme e decori domestici familiari. Scavati secoli dopo e riassemblati, i cocci formano ancora una volta la superficie della nazione. Successivamente ho applicato questo metodo ad altri Paesi e città, ognuno plasmato dalla propria geografia e dalla propria storia ceramica.

Molte delle tue opere accostano materiali provenienti da luoghi, periodi e culture diverse. Quando lavori con frammenti che hanno origini storiche o geografiche specifiche, quanto consapevolmente pensi alla città come a un archivio stratificato di memoria collettiva piuttosto che a un’immagine fissa?
Gran parte della mia pratica si basa sulla comprensione della dualità, della trasformazione e della riconciliazione degli opposti. Credo che le città siano molte cose per molte persone e, come dici tu, sono archivi di memoria collettiva, ma sono anche immagini fisse plasmate dalla cultura e dalla storia. Uso un esempio pratico: la realizzazione della mia opera Wall. A metà degli anni Novanta, la mia attenzione si è spostata verso i frammenti archeologici. All’epoca, nei Paesi Bassi, i cocci trovati durante gli scavi edilizi o nei canali potevano ancora essere tenuti da chi li scopriva, e iniziai a collezionarli intenzionalmente. Molti dei pezzi che trovavo erano ceramiche bianche di Delft per uso quotidiano. A differenza delle più costose stoviglie bianche e blu, questi oggetti erano ordinari e spesso venivano gettati via, eppure sono sopravvissuti incredibilmente bene nelle fosse dei rifiuti. Nel 1997 feci il mio primo esperimento: un’opera a parete composta da oggetti rotti in bianco di Delft, come ciotole da barba e colini da cucina. Il mio interesse risiedeva nel contrasto tra lusso e vita quotidiana nel Seicento e Settecento, quando la porcellana era simbolo di status mentre la ceramica utilitaria veniva ignorata. Ispirata agli storici allestimenti a parete di Daniel Marot (architetto e designer francese vissuto tra il 1661 e il 1752, ndr.), questa prima installazione celebrava le vite ordinarie dando valore a ciò che la gente usava ogni giorno. Come puoi vedere, elementi della vita quotidiana e dell’alta cultura possono coesistere.
Il tuo approccio sfida l’idea di cancellare le imperfezioni a favore di una conservazione attraverso la trasformazione. In un’era di rapida rigenerazione urbana, dove le città rischiano spesso di perdere la propria identità, quale ruolo pensi che possano giocare le pratiche artistiche nel salvaguardare – o riattivare – la memoria dei luoghi?
La pratica artistica opera su molti livelli: in scene indipendenti, gallerie, musei e commissioni pubbliche. Un artista può trovare la propria dimensione attraverso il lavoro solitario in studio o facendo parte di un gruppo, di una scena o di un movimento. Ognuno di questi ambienti prospera in modo diverso, con dinamiche uniche e la propria raison d’être. Ciò che mi ha spinto davvero a perseguire il mio percorso artistico è stata la visita alla mostra Artempo a Venezia, curata da Axel Vervoordt a Palazzo Fortuny nel 2007. Vedere arte figurativa, media diversi e oggetti d’artigianato di periodi e culture differenti riuniti in un antico palazzo veneziano è stato illuminante. Ha rivelato la profondità, la ricchezza e il potere trasformativo della bellezza. Il rapporto tra quella mostra fondamentale e il suo contesto – Palazzo Fortuny e Venezia – non era filologico, ma estetico. La bellezza di Venezia si basa sui suoi strati di ricchezza, e la mostra rifletteva questo aspetto creando un dialogo tra spazio interno ed esterno. Ogni luogo ha il suo genius loci.

Diverse tue opere funzionano come atti di commemorazione, trasformando i frammenti in vasi di memoria. Se le città potessero essere intese come “vasi di memoria”, quali tipi di storie credi meritino maggiore visibilità oggi?
La mia installazione più grande, intitolata War and Pieces, è un’interpretazione di una tavola imbandita del Settecento che presenta un vasto assemblaggio di frammenti di porcellana simile a una terra desolata nucleare. Oggi, più che mai, credo che dovremmo tutti ricordare le conseguenze della guerra. Ripenso spesso ai miei primi giorni da giovane olandese nella Londra dei primi anni Ottanta, dove la distruzione era ancora troppo visibile per essere dimenticata. Oggi, la nostra società nel suo complesso dovrebbe fare di più per preservare la memoria della guerra e dare valore alla pace.
Atlas and the Broken World, 2022. Figura in porcellana di Meissen del XVIII secolo, farfalle tassidermizzate e tecnica mista. Courtesy Bouke de Vries.
Horsey, 2024. Terracotta della dinastia Han e frammenti ceramici provenienti dalla Cina e dall’Europa. Courtesy Bouke de Vries.
Bronze head with celadon shards 2, 2022. Busto in bronzo con frammenti di celadon cinese delle dinastie Song, Yuan e della prima dinastia Ming (XIII–XV secolo). Courtesy Bouke de Vries.
White Delft Accumulation, 2023. Delft bianco del XVII e XVIII secolo e tecnica mista. Courtesy Bouke de Vries.
Guan Yin with Pronk plate, 2024. Porcellana del XVII e XVIII secolo e base in bronzo. Courtesy Bouke de Vries.
First period Worcester coffeepot A, 2023. Porcellana Worcester del XVIII secolo (primo periodo), tassidermia e tecnica mista. Courtesy Bouke de Vries.
Imari Memory Vessel Stack, 2022. Porcellana cinese Imari del XVIII secolo e vetro. Courtesy Bouke de Vries.
Memory Drug Bottle with Dripping Seals, 2022. Delft olandese del XVIII secolo, pergamena, ceralacca, spago e vetro. Courtesy Bouke de Vries.
Serenity, 2024. Porcellana cinese blanc de chine del XVII secolo e porcellana Royal Worcester a lustro oro del XX secolo, acciaio, bronzo, perspex e doratura. Courtesy Bouke de Vries.
War and Pieces, 2012. Porcellana, gesso, zucchero e tecnica mista (150 × 800 cm). Courtesy Bouke de Vries.
Ritratto di Bouke De Vries, ph. Felix Mueller Knueller