Ci sono luoghi che smettono di svolgere la funzione per cui sono nati, ma non smettono di esistere. Restano come avanzi: spazi che hanno già avuto una storia e che, nella loro memoria sedimentata, custodiscono un potenziale non esaurito. L’architetto Luciano Crespi, tra i fondatori del corso di laurea in Design degli interni del Politecnico di Milano, li osserva da anni, non come scarti da cancellare ma come risorse da leggere e ripensare. Nella sua ricerca il progetto non si applica al nuovo, ma al già dato. E, nel tempo, questa attenzione ha preso la forma di un approccio progettuale preciso: il design del non-finito, una pratica che riconosce l’impermanenza della città contemporanea e prova a immaginare nuovi usi per gli spazi abbandonati, senza restaurarli né museificarli.
È a partire da questo approccio che Crespi ha scritto Stop City Now! Progetti di architettura dal finito al non-finito, un libro-manifesto pubblicato da LetteraVentidue nel 2025 che raccoglie riflessioni, ricerche e casi dedicati alla città esistente e ai suoi avanzi architettonici. Non una teoria astratta, ma una pratica osservata dal vivo e costruita nel tempo. “Lo scarto è ciò che si elimina, l’avanzo conserva memoria: ha già avuto una storia.” La distinzione sembra sottile, ma non lo è. Nello scarto non c’è nulla che si ritenga degno di essere salvato; nell’avanzo c’è invece un residuo di valore – materiale, simbolico, affettivo – che la città non ha ancora elaborato. È una memoria che non chiede di essere custodita come archeologia, ma tradotta in uso. Anche per questo Crespi si tiene distante dalla retorica dell’incompiuto, che negli ultimi anni ha generato persino tentativi di stilizzazione. L’incompiuto è ciò che non è mai stato terminato; l’avanzo è invece ciò che ha già compiuto un ciclo e oggi ne attende un altro.

Per anni la progettazione architettonica ha lavorato nella direzione opposta, inseguendo la permanenza e l’autorappresentazione. “Riparare, sostituire, connettere: erano operazioni pensate per la lunga durata. Poi il mondo è cambiato e il progetto ha dovuto interrogarsi sul non-finito.” Tra la lunga durata del Novecento e il nuovo secolo si apre una cesura: l’urbanizzazione globale, il clima, l’incertezza economica, le infrastrutture intermittenti, la mobilità nomade hanno reso evidente che non tutto ciò che costruiamo può pretendere di durare. Nel non-finito non c’è estetica del grezzo, ma etica dell’uso: “Oggi non si può più pensare di progettare qualcosa che sia destinato a durare in eterno”. Il progetto contemporaneo non si misura con l’eternità, ma con la provvisorietà lunga: non l’evento effimero, ma l’intervallo tra una funzione e la successiva. Oggi viene favorito anche da alcune norme locali, come per esempio in Regione Lombardia la possibilità di ricorrere a ‘usi temporanei’ per il patrimonio abbandonato, una modalità che consente di allestire spazi dismessi per eventi, in attesa di trovare loro delle destinazioni definitive. È una possibilità, ma è diversa dalla riflessione condotta da Crespi.
Prima di sperimentare il design del non-finito come possibile approccio progettuale, allestitivo e di breve durata, alla riqualificazione delle architetture abbandonate, a Crespi sono stati necessari molti anni di addestramento e di esercizio nel progetto di lunga durata. Perché “il design del non-finito non è improvvisazione, non è uno stile: è un linguaggio”, afferma. Per adottarlo occorre un bagaglio esteso che va oltre l’architettura e il design e che include cinema, arti figurative, letteratura. Il design del non-finito si avvale di nuovi codici estetici e rinuncia all’immagine levigata per dare forma all’inaudito e all’impensato, in una dimensione che può perfino sfiorare il perturbante. Più che un gesto libero, assomiglia alla musica jazz, che “non è solo improvvisazione, si avvale degli standard. Standard che, nel caso del progetto degli avanzi”, suggerisce Crespi, “restano ancora tutti da definire”.

Questa consapevolezza non nasce nei cantieri, ma nei laboratori del Politecnico di Milano, dove Luciano Crespi ha insegnato Design e fondato, quindi presieduto, il corso di laurea in Design degli interni. Nel suo percorso ha trasformato la didattica in un osservatorio sulle mutazioni della città. Gli studenti non lavoravano su luoghi ipotetici, ma su spazi reali: sopralluoghi, riprese video, foto-inserimenti, dialogo con le istituzioni, revisione in due semestri — progetto e maturazione. Il corso somigliava più a una piccola unità di ricerca urbana che a un atelier universitario: oltre a designer e architetti, c’erano un regista, fotografi, grafici. “Non si trattava di immaginare spazi, ma di leggere ciò che era già lì e capire come usarlo”,racconta. Il Comune di Milano iniziò a proporre luoghi: aree residuali, piazze senza vocazione, spazi di confine. Il laboratorio rispondeva proponendo usi temporanei, reversibili, non definitivi. In questo senso la didattica è stata il primo vero banco di prova del non-finito.
Uno dei casi milanesi più emblematici è quello di via Lambruschini, tra Bovisa e Villapizzone. Alla vigilia di Expo 2015, Ferrovie Nord, Regione Lombardia e Comune di Milano volevano trasformare un tracciato marginale in un accesso pedonale per i visitatori provenienti da Malpensa. La via era degradata, sporca, senza funzione; il progetto la trattò come un avanzo: non da restaurare, ma da rendere nuovamente permeabile e utile. “Lì ho capito che provvisorietà non significa temporaneità. Expo durava pochi mesi, ma la città sarebbe rimasta.” Il non-finito si rivela allora un modo per restituire alla città ciò che è sospeso, senza fingere che debba durare per sempre.
In Europa gli esempi non mancano. A Barcellona Ricardo Bofill trasformò un cementificio in studio e abitazione, adattandolo continuamente senza mai restaurarlo: un’opera aperta, in aggiornamento costante. A Milano le ex Cristallerie Livellara sono diventate Spirit de Milan, un luogo di ritrovo con pista da ballo e ristorante: la dimostrazione che un’ex fabbrica può diventare luogo pubblico senza rifarsi il trucco, praticando un riuso che ha sfidato normative, uffici tecnici e abitudini. In Belgio, a Melle, il recupero di un padiglione psichiatrico dell’Ottocento ha agito sulle cicatrici, rendendole visibili come un kintsugi occidentale: non restaurare per nascondere, ma riparare per mostrare. In tutti questi casi la memoria non è nostalgia, ma materiale operativo: un archivio di possibilità.
Resta il tema più spinoso: come evitare che il non-finito venga fagocitato dalla gentrificazione o ridotto a linguaggio estetico? Crespi è chiaro: l’abbandono non si risolve trasformando gli spazi in sfondi cool, né in musei dell’autenticità. “La gentrificazione si evita se i luoghi tornano ad abitare. Non basta esporre, bisogna vivere”, dice. L’abitare – nel senso ampio del termine – è ciò che restituisce continuità alla città: non la conservazione, ma l’uso condiviso, reversibile, adattabile.
Alla fine, resta una domanda, più che una risposta. Non riguarda la nostalgia, né il restauro, ma il futuro. “È possibile salvare la città contemporanea?”. Crespi non rivela cosa significhi salvarla, né indica una direzione unica. Si limita a restituire un modo diverso di guardare le parti trascurate del paesaggio urbano: non come fallimenti, ma come riserve di senso.
Forse la memoria delle città non è ciò che sopravvive al tempo, ma ciò che può ancora trasformarsi.
Il progetto di riuso di un faro sulle Isole Tremiti è la proposta di Luciano Crespi per riattivare un complesso in abbandono a struttura ricettiva, partendo dalle tracce materiche del luogo
Il progetto sviluppato nel 2020 da Luciano Crespi (con Paolo Saluzzi) per il concorso relativo all’ex-cotonificio Brambilla (inizio Novecento) da trasformare in un convitto annesso al polo scolastico di Verrès, in Valle d’Aosta
Lambruschini per Expo 2015, Milano Dispositivo urbano di interscambio basato su permeabilità e usi temporanei studiato per riqualificare via Lambruschini a Milano, in vista di Expo 2015
Progetto di allestimento reversibile per attività espositive e culturali degli ex frigoriferi militari di Cuneo, 2020
Dipinto a olio di Angelo Ariti del contesto urbano alla base del progetto di riuso degli ex frigoriferi militari di Cuneo
Lo spazio industriale dell’ex cartiera a Lama di Reno, frazione di Marzabotto (Bologna) è riconfigurato nel progetto di Luciano Crespi (con Cristina Morbi, Marco Zanini) con interventi minimi
Per il concorso per la riqualificazione dell’ex convento a Fontevivo (Parma), Luciano Crespi ha immaginato di introdurre attrezzature di design per allestire una piattaforma provvisoria nella navata storica, senza restaurazione mimetica
Nel progetto di riuso dell’ex magazzino delle Ferrovie dello Stato a Varese firmato da Luciano Crespi lo spazio è trasformato con aggregazioni reversibili e micro-architetture interne. Acquarello di Marino Crespi
Studio urbani e scenari d’uso per la piazza e il sistema di spazi pubblici storici del Centro piacentiniano di Bergamo, con Luigi Trentin
Ipotesi di riattivazione di un complesso produttivo in stato d’abbandono a Venegono Superiore (Varese) attraverso funzioni miste e dispositivi modulari. Con Giorgio Vassalli
